Mar 08
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Con mesi di ritardo, il Sindaco ha nominato i nuovi Dirigenti definendo prima la macrostruttura dell’Ente.

Negli atti appena approvati, si fa fatica a scorgere un disegno riorganizzativo dei servizi, mentre si vede bene la consueta tecnica di gestione dei problemi: lo spostamento del Dirigente da un ufficio ad un altro.

Al Comune di Pisa si è scelto di attribuire gli incarichi dirigenziali con nomina motivata sul fatto che….finora è stato così, con buona pace della categoria D, che, pace all’anima sua, è meglio archivi eventuali aspettative di carriera (è stata teoricamente data la possibilità, ai dipendenti di categoria D, di presentare domanda per gli incarichi, che poi sono stati assegnati alle solite persone senza alcun confronto comparativo. Sarebbe stato più rispettoso della dignità dei lavoratori evitare tali situazioni ed esercitare, da parte del Sindaco, direttamente i propri poteri senza una lunga pantomima).

 

Di tutto ciò il Sindacato è stato informato a cose fatte e solo perché ne ha reclamato espressamente il diritto. Ma ricostruiamo i fatti

 

1.    Nel Giugno 2009 l’Amministrazione, con delibera di Giunta n.86 stabiliva la nuova macrostruttura, prevedendo, tra l’altro il contenimento dei costi ed il rafforzamento del servizio pubblico, e che ogni esternalizzazione sarebbe stata oggetto di confronto sindacale, confronto in alcuni casi mai iniziato (tipografia, gestione della posta del protocollo sono due esempi di trattative mai avviate per non parlare poi delle direzioni scomparse), o non portato a termine (ufficio casa, mobilità)

2.    Nei 9 mesi successivi ha dominato il silenzio, con molti servizi in forte sofferenza, il piano di fabbisogno del personale mai realizzato e l’assenza pressoché assoluta di direttive ed indicazioni; in un periodo per altro di forte destabilizzazione dei lavoratori, per varie vicende sia nazionali che locali.

3.    Con la delibera n.29 del Febbraio 2010, la Giunta ha sospeso la riorganizzazione dell’area tecnica, la più fortemente interessata ai cambiamenti organizzativi annunciati l’anno scorso e finalmente sono arrivate le nomine Dirigenziali.

 

Guardando alla vicenda ed agli atti approvati, non si intravedono significative occasioni di ridurre i costi, come promesso, se non sopprimendo servizi e non assumendo personale, col personale ridotto all’osso, demotivato, non formato e senza prospettiva di carriera, e con una sostanziale paralisi delle relazioni sindacali.

 

E numerosi colleghi\e si sono visti\e scomparire la propria Direzione e attendono di sapere che fine faranno loro e i servizi ad oggi erogati…..

 

Speriamo di essere smentiti. Nel frattempo, l’Amministrazione Comunale dà spettacolo e chiama una comica per allietare l’8 marzo

 

Cobas COMUNE PISA

Mar 08
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Il governo e la sua maggioranza parlamentare, da sempre in linea con gl’interessi della Confindustria e di tutte le altre associazioni padronali, hanno infine approvato il cosiddetto “COLLEGATO LAVORO”, una nuova legge trita-diritti del lavoro, che renderà precari e ricattabili noi tutti e tutte e le generazioni future di lavoratori e lavoratrici.

In modo indiretto, ma non per questo meno concreto, verrà fatto fuori, insieme ad altri diritti, anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che permette al padronato delle aziende con più di 15 dipendenti di licenziare solo in presenza della cosiddetta “giusta causa”.

Se nel 2002 governo e maggioranza parlamentare attaccarono quest’articolo frontalmente (lo volevano cancellare senza tanti complimenti, ma non ci riuscirono, perché furono messi alle corde da milioni di lavoratori, che insorsero contro l’attacco a questo diritto fondamentale), oggi mirano allo stesso risultato:
1) dando a ogni azienda la possibilità di stipulare col singolo lavoratore un “contratto” individuale (meglio sarebbe chiamarlo capestro), in cui il lavoratore, in condizione di estrema debolezza, sia costretto ad accettare una clausola cosiddetta “compromissoria”, che comporta la rinuncia ai diritti stabiliti dai contratti collettivi e dalle leggi, come quello dell’art. 18 (o quello del ricorso al tribunale per una controversia del lavoro, ecc.);

2) facendo risolvere le controversie non più dal tribunale, ma da una commissione di “arbitri” svincolati dal rispetto delle norme legislative e contrattuali.
Col risultato che, per esempio in caso di licenziamento illegittimo, non si avrà più il reintegro nel posto di lavoro del lavoratore ingiustamente licenziato e il recupero delle mensilità perse, ma la conferma del licenziamento e solo qualche mensilità a titolo di … elemosina;

3) contando sulla complicità piena di Cisl, Uil e Ugl, a questo punto non definibili più sindacati, ma bande di leccapiedi governativi e confindustriali (lo furono anche nel 2002).

Inoltre, faranno una brutta fine altri diritti, come quello a trasformare rapporti precari di lavoro (contratti a termine, interinalato, co.co.pro.) in contratti stabili.
Con la conseguenza che le aziende avranno sempre più la possibilità di avvalersi di personale precario, privandolo di ogni diritto, ricattandolo e utilizzandolo per assediare e rendere ricattabili gli stessi lavoratori a tempo indeterminato.
Per dilatare oltre ogni misura le fasce di lavoro precario, sarà ridotto di un anno il percorso dell’obbligo scolastico, consentendo alle aziende di assumere apprendisti (cioè lavoratori a termine) all’età di 15 anni.

E sarà ridotto al minimo il numero dei lavoratori da considerare impegnati in “lavori usuranti” (quelli che anticipano il pensionamento): ciò, in attesa che ci sia un altro aumento dell’età pensionabile, come ministri e sottosegretari di questo governo di rapina minacciano a giorni alterni, e mentre è ancora in marcia la controriforma varata dal governo Prodi.

Fermiamoli!

CONFEDERAZIONE COBAS

Mar 08
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L’approvazione definitiva del così detto collegato lavoro (disegno di legge 1167-
b/Senato), fortemente sponsorizzato dal ministro del lavoro, Sacconi, rappresenta, nella
formula più subdola ed ipocrita, una sorta di de profundis nei confronti dell’art. 18.

Questa volta, a differenza che nel 2002, l’attacco all’art. 18 non è frontale, piuttosto il
governo, con il sostegno della Confindustria, di Cisl-Uil-Ugl, cerca di aggirare il problema,
svuotando di efficacia l’art. 18 nella sua funzione di tutela e garanzia per il lavoratore.

L’arma utilizzata è un disegno di legge omnibus, che racchiude e norma questioni tra loro
molto diverse, ma che cela una serie di clausole particolarmente nefande per i lavoratori.

Il collegato lavoro, muovendosi nella scia della mai sufficientemente deprecata legge 30
(la così detta Legge Biagi, in realtà la L. 276/2003), nei suoi articoli 30, 31 e 32, istituisce,
al momento della stipulazione del contratto di lavoro, la figura dell’arbitro in sostituzione
del giudice del tribunale del lavoro, cui il lavoratore può ricorrere, in caso di controversie
con il padrone.

La perfida astuzia della nuova legge garantisce al lavoratore di scegliere tra arbitrato e
procedimento giudiziario classico. Sacconi, Bombassei, Bonanni e Angeletti ci tengono a
confermare che l’art. 18 è salvo, essendo l’arbitrato facoltativo.

Non bisogna invece essere dei geni per capire che il lavoratore, già di per sé soggetto più
debole del datore di lavoro, dovendo scegliere (scelta tra l’altro irrevocabile) all’atto
dell’assunzione, cioè nel momento in cui il suo potere di contrattazione è pressochè
uguale a zero (e sempre più lo sarà in questi tempi di crisi), tra l’arbitrato e l’iter giudiziario
presso il tribunale del lavoro, molto difficilmente sceglierà liberamente, finendo col subire
il formidabile ricatto che con l’arbitrato il padrone può esercitare nei suoi confronti.

Quindi occorre che fin da subito i lavoratori e le lavoratrici, i Cobas, il sindacalismo di base
e conflittuale mettano in campo una grande mobilitazione capace di utilizzare tutti gli
strumenti possibili, da quelli giuridici a quelli sindacali e politici (scioperi e manifestazioni,
assemblee, referendum, etc…) senza farsi irretire dalle tattiche attendiste in proposito
ventilate dalla Cgil o peggio ancora dalla pseudo opposizione parlamentare, il cui
improvviso risveglio ci sembra più dettato dal furore elettoralistico che dall’interesse a
costruire una vera battaglia contro la precarietà ed in difesa dell’art. 18.

Mentre ci impegniamo immediatamente in questa dura battaglia, abbiamo anche la
necessità di “guardarci le spalle” da “nuovi amici” non proprio disinteressati. I media hanno
dato ampio risalto alle dichiarazioni di fuoco di Cofferati, (presentato come l’eroe nella
battaglia del 2002 per la difesa dell’at.18, ma non indicato -la memoria è corta- come uno
dei massimi responsabili del boicottaggio del referendum 2003 per l’estensione dell’art. 18
nelle aziende con meno di 15 dipendenti) o Treu (autore del famigerato pacchetto
omonimo che ha introdotto nel ‘98 le prime numerose tipologie di rapporti di lavoro precari)
o Ichino (autore di una proposta di legge che abolisce l’art. 18 nei primi due anni di lavoro);
decisamente meglio perderli che trovarceli al fianco.

Ma purtroppo i guai non vengono mai da soli, nel senso che, all’interno del collegato
lavoro, ci sono ulteriori “perle”, pesanti come macigni, come ad es., nell’art. 34, lo
stravolgimento della tempistica per adire la strada del processo del lavoro; attualmente, in
caso di licenziamento, il lavoratore ha 60 giorni di tempo per comunicare con una semplice
lettera raccomandata al datore di lavoro la sua volontà di opposizione al ricorso, e poi 5
anni di tempo per organizzare la propria difesa, depositare le motivazioni, etc, con la
nuova norma invece, se il ricorso non lo presenti entro 180 giorni dall’invio della
raccomandata, il processo è automaticamente annullato. Anche il risarcimento monetario
che poteva comprendere un numero di mensilità che copriva tutto l’arco di tempo

intercorrente tra il licenziamento e l’emissione della sentenza viene nel testo del collegato
lavoro rigidamente compreso tra le 2,5 e le 12 mensilità.

Ma c’è di più nell’art. 50 (ex art. 52), nel caso di lavoratori a progetto che abbiano fatto
ricorso giudiziario per vedere riconosciuto il carattere subordinato del loro rapporto di
lavoro e abbiano già vinto in vari gradi di giudizio, ma la cui sentenza non è ancora
passata in giudicato, praticamente si azzera tutto e si chiude definitivamente la partita
esclusivamente con un risarcimento monetario compreso tra 2,5 e 6 mensilità. Questa è
una norma ad azienda, in questo caso si tratta di Atesia, in cui 50 lavoratori non avevano
accettato l’accordo bidone tra Tripi e Cgil-Cisl-Uil e avevano avuto riconosciuti in due
diversi gradi di giudizio tutti i diritti pregressi, che così passano da precari a precari in
eterno o licenziati.

Ed infine, autentica schifezza, l’art. 48 riconosce la possibilità per i ragazzi di assolvere
l’ultimo anno di obbligo scolastico (dai 15 ai 16 anni), all’interno dell’azienda in qualità di
apprendisti. Evidentemente la precarietà eterna non può che andare d’amore e d’accordo
con lo sfruttamento del lavoro minorile, sancendo per l’apprendistato la liceità
dell’evasione dell’obbligo scolastico.

 

E’ ora di dire basta!

Mar 08
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 Tra l’1 e il 31 marzo le aziende metalmeccaniche affiggeranno in bacheca la richiesta di Fim/Cisl e Uilm/Uil ai lavoratori non iscritti a questi sindacati di versargli un contributo “straordinario” di 30 euro, come riconoscenza (s’immagina!) della prodezza del “contratto” separato, quello entrato in vigore l’1 gennaio, il quale, fra i numerosi regali fatti ai padroni, ci ha “regalato” sul 3° livello 14 centesimi di aumento salariale lordo all’ora e sul 5° livello 16.

Roba da “mille e una notte”, al punto che, se da quell’aumento lordo ci togliamo le trattenute, per dargli un contributo di 30 euro ci vogliono almeno due mesi! Come Cobas, pensiamo che, quando nella busta paga corrisposta nel mese di aprile ci sarà il modulo relativo a questa richiesta (da riconsegnare all’azienda entro il 15 maggio), sarà il caso di rispondere con un netto NO.Questa storia dei 30 euro fa venire a mente i 30 denari con cui Giuda -raccontano la Sacre Scritture- tradì Gesù.

Se a Giuda, però, il prezzo del tradimento lo pagarono i potenti che avevano interesse a far fuori Gesù, non si capisce perché i dirigenti di Fim/Cisl e Uilm/Uil, dopo avere tradito i nostri bisogni, i 30 euro li vengono a chiedere a noi e non li vanno a chiedere ai padroni, ai quali hanno dato una mano, anzi due, per far fuori i nostri diritti.
 

COBAS Lavoro Privato

Mar 05
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Tra l’1 e il 31 marzo le aziende metalmeccaniche affiggeranno in bacheca la richiesta di Fim/Cisl e Uilm/Uil ai lavoratori non iscritti a questi sindacati di versargli un contributo “straordinario” di 30 euro, come riconoscenza (s’immagina!) della prodezza del “contratto” separato, quello entrato in vigore l’1 gennaio, il quale, fra i numerosi regali fatti ai padroni, ci ha “regalato” sul 3° livello 14 centesimi di aumento salariale lordo all’ora e sul 5° livello 16.Roba da “mille e una notte”, al punto che, se da quell’aumento lordo ci togliamo le trattenute, per dargli un contributo di 30 euro ci vogliono almeno due mesi!Come Cobas, pensiamo che, quando nella busta paga corrisposta nel mese di aprile ci sarà il modulo relativo a questa richiesta (da riconsegnare all’azienda entro il 15 maggio), sarà il caso di rispondere con un netto NO.

 Questa storia dei 30 euro fa venire a mente i 30 denari con cui Giuda -raccontano la Sacre Scritture- tradì Gesù.

Se a Giuda, però, il prezzo del tradimento lo pagarono i potenti che avevano interesse a far fuori Gesù, non si capisce perché i dirigenti di Fim/Cisl e Uilm/Uil, dopo avere tradito i nostri bisogni, i 30 euro li vengono a chiedere a noi e non li vanno a chiedere ai padroni, ai quali hanno dato una mano, anzi due, per far fuori i nostri diritti.

 

 COBAS METALMECCANICI sede  via S. Lorenzo 38, Pisa, marzo 2010; tel.: 050 8312172; e-mail: confcobaspisa@alice.it

 

 

 

Mar 05
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 danni da demansionamento vanno risarciti con importi adeguati. Lo hanno stabilito le Sezioni Unite della Corte di Cassazione che hanno considerato troppo basso il risarimento riconosciuto dai giudici di merito a un dirigente del pubblico impiego per la frustrazione professionale subita. Dopo un ordine di servizio che lo aveva assegnato a mansioni di minor livello il lavoratore era stato posto nell’arco di pochi mesi in una condizione di quasi “quasi totale inattivita’ e al disimpegno di compiti mortificanti” tanto che ne erano seguiti disturbi di natura psicosomatica che lo avevano indotto al pensionamento. In primo grado il Tribunale gli aveva riconosciuto un risarcimento di circa 17mila euro oltre 2mila euro per differenze retributive. La Corte d’Appello però aveva ridotto il risarcimento alla somma complessiva di soli 4mila euro Troppo poco per essere accettata dal dirigente che rivolgendosi alla Supremna Corte ha evidenziato come “la vissuta e credibile mortificazione accertata dalla stessa sentenza avrebbe dovuto comportare la configurazione di danno da mobbing anche a prescindere dal demansionamento e da uno specifico intento persecutorio”. Piazza Cavour (sentenza 4063/2010) ha accolto il ricorso del dirigente rinviando il caso alla Corte d’appello di Bologna che dovra’ ora accordare un risarcimento più elevato. Nella parte motiva della sentenza la Corte osserva che “l’esistenza del demansionamento e’ stata accertata dai giudici di merito in base ad una ricostruzione puntuale dei compiti affidati al dipendente dopo la sua assegnazione alla sede della direzione provinciale sino alla cessazione del rapporto per pensionamento”. Sarebbe oltretutto emersa la “sostanziale privazione di mansioni” ai danni del lavoratore che, per “caratteristiche, durata, gravita’ e frustrazione professionale”, e’ stata esattamente identificata “negli aspetti di vissuta e credibile mortificazione derivanti dalla situazione lavorativa in cui si trovo’ ad operare”.

da www.studiocataldi.it Autore: Roberto Cataldi)